Il governo spagnolo ha compiuto un passo concreto verso la riduzione dell’orario di lavoro, mantenendo inalterati gli stipendi. Il disegno di legge, promosso dal premier Pedro Sánchez, prevede il passaggio da 40 a 37,5 ore settimanali, con possibilità di organizzare il lavoro su quattro giorni. La riforma include anche norme sulla disconnessione digitale, tutelando i lavoratori nel tempo libero.
Mentre il Parlamento spagnolo si prepara al confronto finale, la misura ha già attirato l’attenzione internazionale, rilanciando il dibattito anche in Italia.
In Italia le proposte ci sono, ma restano bloccate
Nel nostro Paese, l’opposizione (ad eccezione di Italia Viva) ha presentato una proposta di legge per ridurre l’orario lavorativo a parità di retribuzione. Tuttavia, a febbraio 2025, la maggioranza guidata da Giorgia Meloni ha bloccato la proposta, rimandandola in commissione. La riforma non rientra tra le priorità del governo, così come il salario minimo.
Sebbene la settimana corta sia comparsa in alcuni contratti collettivi del settore pubblico, manca la volontà politica di trasformarla in una riforma generale.
Il nodo della produttività italiana
Al di là della politica, esiste un ostacolo strutturale: la bassa produttività del lavoro in Italia. Secondo i dati Eurostat, negli ultimi 25 anni la produttività italiana è rimasta praticamente ferma, mentre Paesi come Spagna, Francia e Germania hanno registrato una crescita significativa.
Nel 2024, l’indice di produttività in Italia era appena 99,7 (su base 2015 = 100), contro il 104 della Spagna, il 106 della Germania e la media UE oltre quota 105. In pratica, si lavora di più ma si produce meno.
Troppe ore, pochi risultati
L’Italia è il grande Paese europeo dove si lavora di più: secondo l’OCSE, si registrano in media 1.734 ore lavorate all’anno per persona, rispetto alle 1.632 ore in Spagna, 1.500 in Francia e 1.343 in Germania. Una situazione che rende più difficile introdurre una riduzione dell’orario senza prima aumentare l’efficienza del sistema produttivo.
Le aziende ci provano, ma da sole non bastano
Nonostante il blocco politico, alcune grandi imprese italiane hanno avviato sperimentazioni autonome: è il caso di Intesa Sanpaolo e Luxottica, che hanno introdotto formule di orario ridotto. Ma si tratta di eccezioni, non della regola.
Senza una cornice normativa nazionale, queste iniziative restano episodi isolati, incapaci di cambiare il panorama generale del lavoro in Italia.
Servono riforme strutturali, non solo annunci
Per poter pensare a una settimana lavorativa ridotta come in Spagna, l’Italia ha bisogno di una strategia complessiva: aumento della produttività, investimenti in innovazione, e una vera volontà politica. Al momento, nessuno di questi elementi sembra essere presente.










































